Tu sei un “altro” me!

Comprendere

Credo che riuscire a comprendere possa aiutarci nel rapporto con gli altri, ma cosa significa comprendere?

La lingua italiana è molto ricca di parole e se guardiamo nel dizionario troveremo che vedere e guardare, o sentire ed ascoltare, ed anche capire e comprendere sono fra loro sinonimi. Sono e rimangono sinonimi nella generalità dei casi, tocca a noi saper cogliere le sfumature dell’uno e dell’altro e scegliere quello che meglio si adatta alle circostanze. Per esempio: vediamo continuamente un quadro che abbiamo in casa da sempre, ma ci siamo mai soffermati a guardarlo per scoprirne i particolari? Quante volte abbiamo sentito un nostro amico raccontarci la stessa storia, ma ci siamo mai fermati ad ascoltarlo con interesse? Per vedere o per sentire usiamo semplicemente alcuni organi del nostro corpo, gli occhi o le orecchie, poi la mente elabora. Ma per guardare o ascoltare dobbiamo sforzarci di andare oltre i nostri sensi, e far intervenire cuore e anima.

Ecco perché capire non significa sempre comprendere! Quando capisco ciò che mi viene detto è la mia mente, il mio cervello che apprende. Quando comprendo sto facendo un passo in più verso l’altro perché è il mio cuore, la mia anima che arriva a conoscere e a immedesimarsi con ciò che l’altro prova.

Quanto spesso, quando ci confrontiamo con l’altro, ci accorgiamo di avere bisogni diversi! E chi decide allora quali sono prioritari, quali sono più degni di attenzione?

Hanno tutti la stessa dignità, la stessa importanza perché un bisogno non si può giudicare, appartiene a chi lo prova! Un eventuale giudizio potrà nascere solamente nel momento in cui, per dare voce a quel bisogno, si facesse male a qualcuno!

E quando l’altro è qualcuno di particolarmente vicino a noi, un compagno, un figlio o un amico, i suoi bisogni possono cozzare con i nostri. Può nascere allora un conflitto, a volte pacato, sovente acerbo, talvolta disastroso.

È per questo che riuscire a comprendere può aiutare a dipanare la matassa, a far sì che gli animi si quietino e si possa arrivare, ebbene sì, ad un compromesso. Perché a volte è l’unica via per non far affondare il sentimento che ci lega sia esso d’amore o d’amicizia. Ma solo se riusciamo a comprendere l’importanza di quel bisogno che ci viene posto davanti possiamo, noi o l’altro, fare un passo, magari non indietro, ma di lato. Dovrebbe essere sicuramente un modo reciproco di gestire i conflitti, non può essere sempre la stessa persona a “lasciare spazio”.

Certo non sempre possiamo condividere, essere d’accordo, ma se subentrerà la comprensione sarà più facile, se proprio non riusciamo ad aiutare, accettare il bisogno altrui e lasciarlo vivere. Banalmente è il proverbiale “mettersi nei panni degli altri” oppure “camminare nelle scarpe degli altri”, quella che viene chiamata Empatia!

Lo dice molto bene Niccolò Fabi in questa profonda ed emozionante canzone che ho ascoltato per caso, ma forse il caso non esiste, mentre ripensavo a quello che stavo scrivendo! Per presentarla l’autore scrive così:

Esiste un’espressione ‘In Lak’ech’ che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come ‘io sono un altro te’ o ‘tu sei un altro me’. Che si parta dalla filosofia o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita”.

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    Immagine che contiene “In Lak’ech” simbolo Maya

 

Come aiutare

Nel pezzo precedente, di metà gennaio, con cui abbiamo dato avvio al nostro blog 2020, abbiamo chiuso con la frase: “E trovarsi dalla parte dei bisognosi rende più consapevoli che non è facile lasciarsi aiutare e nemmeno diventare un po’ più umili”.

Ed è così. Non è facile aiutare e nemmeno farsi aiutare.

Nel primo caso, spesso, saremmo portati ad aiutare secondo quanto ci detta il nostro ego e, nel secondo caso, magari nella inconsapevolezza, vorremmo riuscire in ogni situazione critica, anche soccombendo, al limite, pur di non essere supportati da altri.

Troppo orgoglio o superbia? O timore di dover relazionarsi con qualcuno più bravo o disponibile di noi? Della serie … non voglio dover ringraziare nessuno!

E’ cosa che va attentamente approfondita.

Ma nel caso dell’aiuto agli altri come possiamo percorrere un cammino di genuino aiuto che sia frutto di un equilibrio, per quanto fluido, tra le nostre personali esigenze e le esigenze dell’altro?

Desidero oggi approfondire quest’ultimo interrogativo, rinviando ad altra occasione il tema “farsi aiutare”.

E’ indubbio che chi aiuta gli altri, in qualsiasi situazione, lo fa sia per agevolare l’aggiustamento di una situazione critica vissuta da una persona o da un gruppo di persone; sia per dare soddisfazione ad una esigenza personale, in genere anche se non sempre, del tutto legittima.

E qui entra in campo la dimensione che qualcuno definisce di auto-aiuto. Si tratta di conoscerla e saperla amministrare per raggiungere lo scopo di favorire in altri, con gradualità, una competenza, ossia aiutarsi in autonomia.

Perché ciò avvenga occorre che io per primo, se voglio aiutare altri, sia in grado di aiutarmi da solo, diventando competente in questo atteggiamento.

Del resto non è possibile aiutare gli altri se prima non si è capaci di aiutare se stessi.

Di quale atteggiamento stiamo parlando?

E’ un atteggiamento complesso, fatto di molteplici elementi.

In base a quanto da me vissuto, tra questi elementi sono presenti alcune posizioni forti: accettare di mettersi in discussione – quindi “umiltà”, desiderio di conoscersi a fondo – quindi “coraggio e fiducia”, unite ad un atteggiamento di profondo ascolto di sé – quindi “rispetto e amore” verso se stessi.

Soltanto con questo atteggiamento, composto senza dubbio di altre virtù, potrò costruire e strutturare l’equilibrio personale che permetterà di aiutarmi a restare centrato e ad evolvere e crescere. Solo così quando volgerò gli occhi fuori da me, lo farò aiutando gli altri con serenità, in modo tendenzialmente disinteressato, senza aspettarmi nulla in cambio che non sia il beneficio altrui [segue].

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IMG-20150524-WA0001   Gianni Faccin

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Fonti e riferimenti
Aiuto alla persona – Gianni Faccin, GEDI
https://www.aiutoallapersona.it/

 

Il senso dell’aiutare

E veniamo con questo primo pezzo, che inaugura il nuovo anno, all’”aiutare”.

Innanzitutto il significato.

Nella versione riflessiva significa adoperarsi con tutte le forze ovvero con tutto ciò che si ha a disposizione per uno scopo, ingegnarsi.

Nella versione transitiva significa sostenere con i propri mezzi chi si trova in difficoltà o nell’impossibilità di fare da solo; soccorrere.

Nella prima è facile riprendere l’auto aiuto della famosa “aiutati che il cielo ti aiuta”. Nella seconda invece viene spontaneo ricordare l’altra notissima “qualche santo ci aiuterà”.

Da quanto scritto sopra si evince che aiutare è un’opera che in un momento di difficoltà si presta o si riceve. Il termine “aiuto” deriva dal latino adiutus-diuvare, fatto di ad e iuvare, giovare. In sé il termine non contiene la circostanza difficile o critica, ma solo il giovamento, dato o ricevuto. E’ però evidente che è proprio la circostanza critica a far risaltare l’atto. Infatti non è aiuto se un amico viene a trovarci portando la pizza, ma è aiuto se ci presenta qualcosa che non avremmo potuto permetterci, o che non saremmo riusciti a procurare. Un atto luminoso rispetto ad una situazione posta su di uno sfondo oscuro.

Ecco che l’aiuto si esprime come azione nobile, di alta umanità e di grande delicatezza: non è facile prestare il giusto aiuto, così come spesso non è facile accettarlo.

Aiutare è “gridare”, chiamare forte la necessità impellente, oltre a offrire generosamente.

E’ un’esperienza che possiamo dire strana, nel caso sia vissuta dalla parte di chi riceve anziché dare, come un vecchio genitore che è ora bisognoso della vicinanza dei figli.

E trovarsi dalla parte dei bisognosi rende più consapevoli che non è facile lasciarsi aiutare e nemmeno diventare un po’ più umili” [segue].

 

IMG-20150524-WA0001   Gianni Faccin

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Fonti e riferimenti
Aiuto alla persona – Gianni Faccin, GEDI (fonti di autori vari)
https://www.aiutoallapersona.it/
https://www.treccani.it

 

Fragili noi …

Rimaniamo, in questi giorni che precedono il “S. Natale”, sul tema “fragilità”.

Che significa questa parola e come possiamo avvicinarla nella sua autenticità?

È una parola che rappresenta una qualità. Di norma riguarda in ambito fisico la proprietà di un oggetto che alle prove meccaniche statiche presenta un carico di elasticità molto prossimo a quello di rottura, con modesta capacità di allungamento, e la proprietà di un materiale che alle prove dinamiche presenta scarsa resistenza all’urto.

Se dalla fisica andiamo alla medicina, scienza più prossima al software umano, troviamo la seguente definizione: facilità a rompersi, o diminuita resistenza a traumi. Ma anche bassa resilienza o vulnerabilità.

La cosa sconcertante è che – di norma – partiamo dall’idea che sono gli altri ad essere fragili o vulnerabili o anche deboli. Non solo, ma d’impeto diventiamo i “cavalieri bianchi” che cercano vie per aiutare in qualche modo.

In realtà la fragilità è una cosa che riguarda tutti. E’ una condizione normale di vita. La fragilità abita in ciascuno di noi.

Sorpresa? No, se ci pensiamo bene.

Secondo Eugenio Borgna, la semplice risposta è che “la fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti (…) ne è una condizione normale”. Infatti tra la domanda e la risposta ognuno di noi potrebbe scrivere la storia della propria vita, in tutti quegli aspetti fragili che di solito tendiamo a nascondere agli altri e – di fatto – anche a noi stessi. E se risaltano anche solo in parte, non sfuggono più “al fascino stregato del pregiudizio che nasconde in sé un segreto disprezzo per la debolezza che si manifesta nella vita incrinata dalla malattia, dagli handicap e dalla condizione anziana”.

Il pregiudizio è una falsa credenza che ognuno costruisce per non farsi toccare dalla complessità e dai dolori che la vita stessa, nel suo svolgersi, porta con sé. Non ci fa piacere riconoscerci anche fragili. Quindi costruiamo giudizi a priori e diventiamo automaticamente giudici (di noi stessi e degli altri).

Laura Mazzeri ha scritto che “neppure desideriamo scorgere aspetti fragili nei genitori, nei figli, nel compagno e nell’amico più caro, perché le stigmate della fragilità che riconosciamo in loro potrebbero entrare in risonanza con le nostre”.

Arrivati a quel punto dovremmo accorgerci della nostra personale fragilità e occuparcene.

Già, occuparcene. Se non ora quando?

A proposito, buon Natale!

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IMG-20150524-WA0001  Gianni Faccin

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(Fonti: “La fragilità che è in noi” – Eugenio Borgna, Einaudi / “Tra due vite” – Laura Mazzeri; Giunti / http://www.Treccani.it)

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L’Altro

Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu rispetto all’altro sei l’altro (Andrea Camilleri).

Ho ripensato a questa frase in questi giorni. Ero nelle vicinanze di un parco e c’era un gruppo di persone, bengalesi o forse pakistane, ma non è questo ciò che importa, non erano italiane, ecco. Quindi classificate come straniere, ingombranti o ‘gli altri’, cioè non uguali a noi.

Stavano semplicemente insieme, giocando e cantando con i loro bimbi le canzoni della loro tradizione, con la musica un po’ alta. E qualcuno, anziché apprezzare il fatto che ci sono persone che si sanno divertire in modo così semplice, che sanno stare ancora in compagnia senza bisogno di chissà che, ha cominciato a lamentarsi! Si è sentito disturbato dalla musica, dalla lingua sconosciuta, dal non sentirsi più padrone a casa sua. Dimenticando che anche noi italiani quando andiamo per il mondo, migranti o turisti che sia, siamo ‘gli altri’. Ma anche senza parlare di popoli o etnie diverse, di fronte a chiunque, in qualsiasi situazione ognuno di noi è ‘l’altro’.

Dovremmo ricordarcelo sempre per poter cercare di capirci, comprenderci. Le difficoltà, le incomprensioni che noi abbiamo verso ‘gli altri’ sono esattamente le stesse che loro hanno nei nostri riguardi perché noi siamo i loro ‘altri’. Sembra un gioco di parole, un enigma! Ma se ci pensiamo bene siamo tutte persone singolarmente diverse, quindi ‘altro’ davanti a chi ci sta di fronte. Se riusciremo a capire questo forse impareremo a  costruire ponti, non muri”!

12661970_125687124481610_1403885456902577978_n  Annamaria Sudiero

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L’Altro (di  Kahlil Gibran)

Il tuo prossimo è lo sconosciuto che è in te, reso visibile.
Il suo volto si riflette nelle acque tranquille,e in quelle acque, se osservi bene, scorgerai il tuo stesso volto. Se tenderai l’orecchio nella notte, è lui che sentirai parlare, e le sue parole saranno i battiti del tuo stesso cuore. Non sei tu solo ad essere te stesso. Sei presente nelle azioni degli altri uomini, e questi, senza saperlo, sono con te in ognuno dei tuoi giorni. Non precipiteranno se tu non precipiterai con loro, e non si rialzeranno se tu non ti rialzerai.

 

 

Fragilità!

E’ ancora un argomento”fragile” che tocco, e con esso i fragili.
Perché cadere nel vortice della droga è una scelta univoca, che non lascia spazio alla ragione.
E’ una scelta non ponderata per tutelarsi dalle ingiustizie di questo mondo.
Quale periodo più vulnerabile dell’ adolescenza, quando si cerca un rifugio nell’adulto  che non è in grado di ‘fornire’, o meglio di ‘essere’ esempio?
E’ un vortice che attrae come una risposta mai avuta, una richiesta di aiuto mai esaudita né udita.
E poi il corpo. Non più rispettato diventa protagonista del male
e l’anima, il bene viene confinato in una cieca speranza che non verrà esaudita.
Come spiegare che il bene esiste e ognuno di noi ne è artefice?
Il bene come risposta alla fragilità diventa essenziale, anzi essenza che deve essere toccata dall’adolescente, vissuta.
Con l’ esempio delle figure adulte“.
13924975_10210263084402884_1011753338837004962_n  Beatrice Bertoli
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Fragilità o povertà? -II-

Seconda parte del pezzo di Gianfranco, resoconto dell’indagine promossa dalla Cooperativa Samarcanda con i comuni e le associazioni di assistenza locali  sulla attuale situazione di povertà nell’Alto Vicentino.

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 “E’ evidente che serve qualcosa di più rispetto alle indagini quantitative, ovvero occorre aggiungere indagini qualitative a quelle quantitative. E ciò perché la povertà si è trasformata in una fragilità diffusa dovuta a: perdita del lavoro o  fallimento dell’azienda, rottura familiare, malattie invalidanti, dipendenze vecchie e nuove (ludopatia) e  … può colpire diversi livelli sociali.

Nella ricerca compaiono storie di persone che si sono ritrovate “senza tetto” e questo colpisce anzitutto l’interessato, ma anche la famiglia, e ha ripercussioni sulla comunità. Infatti l’evento improvviso produce nella persona un crollo dell’autostima, che ha come probabile conseguenza una rottura familiare e quindi una perdita del primo supporto: sono persone di questo tipo, magari  prima agiate, che preferiscono rivolgersi non agli sportelli istituzionali, ma  ad organismi informali

Nel territorio dell’Alto Vicentino questi supporti hanno saputo interagire meritoriamente, ma nei prossimi anni  la creazione di modalità di connessioni fra i servizi e le reti informali dovrà diventare strategica. 

Infatti, la deriva personale comporta una progressiva perdita di salute fisica e mentale, tanto che l’ulteriore peggioramento conduce inesorabilmente al ‘pronto soccorso’ come sportello salvavita. E il sistema di risposta, ancora impostato sul passato, fatica ad affrontare questa nuova situazione. Le indagini di tipo qualitativo a supporto delle statistiche potrebbero offrire alcuni orientamenti .

Da quanto esposto qui sopra, si capisce il rischio che il sociale sia “sanitarizzato”.Ma il nostro sistema è socio-sanitario e questo va valorizzato. Di fronte a una grave difficoltà personale che potrebbe precipitare, occorre mettere in atto delle opportunità di reinserimento relazionale/lavorativo e questo richiede capacità di intervento precoce e di collegamento tra chi opera nel campo;

2) Serve allora un monitoraggio integrato: bisogna rompere le separazioni di tipo amministrativo, perché la formula vincente è l’integrazione fra comuni, asl, centri per l’impiego, cooperative e volontariato;

3) Occorrono anche interventi settoriali con politiche adeguate di sostegno da parte del comune: attualmente, per esempio, Schio privilegia il problema abitativo, Malo quello scolastico …

In conclusione, la ricerca ha avuto come scopo quello di introdurre nel ‘piano conoscitivo’ delle analisi capaci di penetrare nel sommerso per scoprire per tempo le fragilità, con la collaborazione di chi viene direttamente a contatto con le realtà di disagio sociale.

Senza un rapporto costante tra reti formali (istituzioni) ed informali (associazioni, gruppi di sostegno, ecc.) la programmazione rimarrebbe debole”.

10568954_432358706905565_2806075779848511361_n  Gianfranco Brazzale

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