Ascolto pacato e fecondo

“C’è un ascolto di superficie che non lascia scendere la parola in profondità, che tocca le orecchie ma non il cuore: in questo caso la parola donataci e subito dimenticata, “mangiata” e portata via dall’oblìo.

C’è un ascolto che non resiste alla prova del tempo: si ascolta con gioia ma poi non si comprende.

C’è poi un ascolto che è dissipato, che non è capace di discernimento: esso accoglie molteplici parole ma questa grande quantità di stimoli seducono e producono affanni e preoccupazioni, stordiscono e disorientano, soffocando così la parola di vita. C’è un troppo pieno che intontisce e “snerva”.

Infine c’è un ascolto che fa spazio, che comprende, ovvero fa scendere in profondità la parola, la custodisce, la medita, le lascia il tempo di maturare, di svilupparsi nei suoi molteplici sensi, di crescere: è l’ascolto pacato, concentrato, che ritorna spesso sulle parole ascoltate, che cerca in esse il seme di vita per trattenerlo e lasciare invece ciò che è accidentale, scorza e non sostanza. Questo è un ascolto fecondo perché preparato dall’attesa dell’incontro; è un ascolto fecondo perché sgombro di tutto ciò che potrebbe distrarre o ostacolare; è un ascolto fecondo perché si lascia trasformare da quel seme che caduto in esso ora cresce nelle sue profondità”.

(Sorella Ilaria – Monastero di Bose – 28 luglio 2017))

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L’ascolto gentile

“La linea segreta di ogni psichiatria umana e gentile dovrebbe essere la disperata attenzione a cogliere i significati della sofferenza che non si vedono, che sono al di là della soglia del visibile, e che si nascondono in noi e negli altri, gli altri che stanno male in particolare. Senza la ricerca ardente e febbrile dei valori e dei significati che si animano nella nostra interiorità, e in quella degli altri, la psichiatria non può giungere a cogliere le radici profonde del dolore dell’anima e del dolore del corpo.
Ancora: senza la ricerca di quello che ci unisce, al di là delle differenze, ai fantasmi e alle ombre, alle figure e alle dissolvenze, al dolore e alla sofferenza, che fanno parte delle esperienze psicopatologiche, non si riesce ad aiutare chi sta male. E nemmeno si riesce a salvaguardare la nostra interiorità, che tende fatalmente a inaridirsi e a spegnersi: divenendo monade dalle porte e dalle finestre chiuse, e sigillate. In questa archeologia della vita le parole di Nietzsche sono ancora una volta indispensabili quando ci invita a non essere ranocchi pensanti, e ad essere capaci di accogliere nel cuore molte cose. La introspezione è la premessa alla immedesimazione che non è se non la ricostruzione della vita interiore degli altri, immaginandola”.
(Eugenio Borgna, “L’ascolto gentile – Racconti clinici”, Einaudi, 2017)
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Commento di Gianluigi Coltri

“Per una curiosa coincidenza (ma le coincidenze non esistono), quest’anno sono usciti a poca distanza due libri, un saggio ed un romanzo, che potrebbero stare sotto un’unica etichetta, in questo caso il titolo del primo: l’ascolto gentile.

L’ascolto gentile nr.1
Eugenio Borgna, nella sua lunga carriera di psichiatra, ha avuto a che fare, nei primi anni, con il mondo dei manicomi, prima che la legge Basaglia, nel 1978, li chiudesse, cambiando finalmente approccio alle malattie mentali. Approccio ancora oggi problematico: la depressione, i disturbi bipolari, anche i disturbi dell’alimentazione, spesso vengono sepolti sotto coltri di vergogna, disagio del paziente e della sua famiglia, sensi di colpa dall’una e dall’altra parte.
Su questo mondo, a partire dal manicomio femminile di Novara per arrivare ai nostri giorni, Eugenio Borgna racconta con garbo e gentilezza, senza diminuire i dolori ed i drammi che si rivelano nelle storie di donne (sono quasi solo loro: Maria Teresa, Anna, Francesca…), con successi terapeutici ma anche con terribili fallimenti.
Come sempre, grazie alla sua grande cultura, Borgna frammischia alle storie di vita quelle della letteratura: in questo libro, compaiono, più di tutti, i poeti Giacomo Leopardi e Georg Trakl, due esponenti di quella malinconia che come secondo nome ha “male di vivere”.
Gianluigi Coltri
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