La qualità della relazione è la cura

Dagli animali possiamo imparare molto. Spesso, invece, sottovalutiamo il contributo che l’animale può offrire al mondo e in particolare alla crescita umana. E in tale ambito scopriamo ancora una volta come sia la qualità della relazione ad assumere un forte ruolo curativo.

Il dott. Lino Cavedon, psicologo e psicoterapeuta, è stato responsabile in consultori familiari e in un servizio di tutela minori. Ha avviato un centro pet-therapy nell’Alto Vicentino. E’ oggi direttore medico-psicologo del CRNIAA (centro referenza nazionale interventi assistiti con animali).

Prendiamo spunto oggi da uno dei suoi testi, il primo della collana da lui diretta IAA presso il C.S. Erickson di Trento, con riferimento alla “qualità della relazione”.

Paziente o Cliente?

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Lo psicologo Carl Rogers “”definisce la qualità della relazione come aspetto fondamentale, da supportare. La relazione facilitante è contraddistinta da capacità di contatto profondo. Rogers abbandona il termine paziente per sostituirlo con quello di cliente,a indicare che non esiste un processo di guarigione, non esiste una mente malata. La salute mentale è vista come un normale prosieguo della vita dell’uomo, mentre i problemi che possono insorgere derivano da una distorsione della tendenza attualizzante. Terapeuta e cliente sono quindi in una situazione paritaria e la terapia è vista come un incontro tra due persone che, in un clima di genuinità, apprezzamento e comprensione, fanno un percorso di crescita insieme””.

Allo scopo servono tre condizioni, secondo Rogers:

“”Accettazione positiva e incondizionata, comprensione empatica, congruenza””.

Grazie all’autore torneremo su questi aspetti, fondamentali per una relazione autentica.

(brani da Interventi assistiti con l’animale – manuale introduttivo – Lino Cavedon – pag 121 – 122 – Ed. Erickson 2017)

Qua_la_zampa!foto tratta dal film “Qua la zampa”


 

L’arte della presenza e dell’ascolto

L’arte della presenza e dell’ascolto

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Bisogni, valori e motivazioni, emozioni e sentimenti, elementi base della relazione d’aiuto sono alcune delle tematiche affrontate nel VII percorso per volontari dell’ascolto nell’ambito del lutto.

A Vicenza, in sede Caritas Vicentina, a partire dal 28 febbraio 2018 con dott.ssaViviana Casarotto, psicologa.

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Ascolto nella Bibbia

“”Non ci sono altri sacrifici da fare, se non mettere a tacere la propria egolatria, che si esprime in preoccupazioni ridicole. Ce lo ricorda il profeta Geremia: “Io – dice il Signore – non parlai né diedi ordini sui sacrifici ai vostri padri …, ma ordinai loro: ‘Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo’” (7,22-23). E siccome, dopo Gesù e grazie alla sua libertà e intelligenza amante, ciò che riguarda le relazioni con Dio va trasposto pari pari sulle relazioni umane, dovremmo parafrasare: “Ascoltate la voce di quell’uomo o donna irripetibile che avete davanti, e sarete in alleanza con me e tra di voi”. Davvero, l’ascolto, cioè l’amore, è meglio dei sacrifici (cf. 1Sam 15,22), li trascende! Ed è dall’ascolto che nasce il servizio autentico e reale.

Muniti di questa libertà intelligente, potremo finalmente capirlo: non vi è opposizione tra servizio e ascolto della Parola che è luce del nostro cuore, e tanto meno tra vita attiva e contemplativa! Certo, per un cristiano l’ascolto della Parola è irrinunciabile, perché è ascolto di Cristo; la meditazione del Vangelo, cioè la conoscenza di Cristo, diviene progressivamente connaturale, quasi un bisogno, criterio imprescindibile per orientarsi e attraversare le fatiche della vita. Quella vita che va letta alla luce del Vangelo, ma che a sua volta aiuta sempre più a leggere il Vangelo, come ci ha insegnato Gesù: altrimenti non vi è ascolto della Parola ma esercizio intellettuale su un testo antico…

Ecco il servizio che ci è chiesto di imparare sempre meglio: ascoltare il Vangelo con la vita, ascoltare la vita sovrabbondante grazie al Vangelo. È questo il senso e il segreto dell’amare con più intelligenza, con quegli orizzonti infiniti che si inverano nella finitezza terrestre della nostra vita: ascoltare di più, ascoltare tutto, per amare meglio, per amare ciascuno. Niente e nessuno possono impedircelo: solo noi possiamo privarci di questa “parte buona”, che è il tutto della nostra vita””.

(Comunità Bose g.c. – Fratel Ludwig – Amare di più Lc 10,38-42 10 febbraio 2018)

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Le regole dell’Ascolto

Torniamo oggi sul tema a noi caro, il tema per eccellenza, ossia l’Ascolto, riprendendo il “Come ascoltare“. Lo facciamo grazie ad un contributo e ad una poesia proposti da Annamaria Sudiero (nel suo lavoro di ricerca ha trovato e approfondito le modalità dell’Ascolto grazie ai testi in psicologo-pagani.it/come-ascoltare del 6/6/2015, g.c.)

Come Ascoltare

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“”Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a darmi consigli, non hai fatto ciò che ti ho chiesto. Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu inizi a dirmi perché non dovrei sentirmi in quel modo, stai calpestando i miei sentimenti. Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu senti che devi fare qualcosa per risolvere il mio problema, tu mi hai ingannato per quanto strano possa sembrare. Quando tu fai qualcosa per me che io posso e ho bisogno di fare per me stessa,
tu contribuisci alla mia paura e alla mia debolezza.
E allora ti prego di ascoltarmi e di non fare altro che starmi a sentire.
E se vuoi parlare, aspetta un minuto che giunga il tuo turno e io ti ascolto“”.

                                                                                             –   Dr. Irene Whitehill –

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Una poesia che in modo molto semplice illustra “le regole dell’ascolto”, di quello che dovremmo mettere in pratica ogni qual volta qualcuno viene da noi perché desidera avere un ascolto attento e sincero. Un tipo di ascolto che gli dovrebbe far dire: “Grazie, sto già meglio, mi ha fatto bene parlare con te”.

Possiamo riassumere così “le regole dell’Ascolto”:

  • Non diamo consigli quando non sono richiesti. Farlo durante l’ascolto significherebbe innanzitutto bloccare la conversazione senza avere ancora un quadro chiaro ed esauriente.
  • A nessuno si può dire come si deve sentire, il sentire è un fatto emotivo, di cuore non di testa. Non si può dire a qualcuno che non deve essere triste perché non serve esserlo, sarebbe come dire ad una persona che vive serenamente che può esserlo solo ne ha un valido motivo.
  • Quando una persona ci chiede di ascoltarla, bisogna ascoltare e basta. Cominciare a pensare a come si potrebbe aiutarla o a cosa si potrebbe dire per farla sentire meglio, significa che non la stiamo ascoltando con la dovuta attenzione. Se riusciamo ad essere empatici è naturale che in noi scorrano pensieri ed emozioni. Dobbiamo però lasciarli scorrere e riportare subito la nostra attenzione sull’ascolto.
  • E’ giusto cercare di offrire aiuto alle persone quando queste sono in difficoltà ma dobbiamo farlo solo quando ce n’è davvero bisogno e non quando le difficoltà possono essere superate dalla persona stessa, senza il nostro intervento. Il nostro aiuto deve limitarsi nel far vedere le cose sotto un’altra prospettiva, sotto un’altra luce, senza mai mettere giudizio o critica nel nostro dire.
  • A volte si ha bisogno di essere ascoltati, non perché si desidera avere un consiglio e neanche perché ci venga data la soluzione al nostro problema, ma solo per sentirsi compresi””.      

 

(dott. Diego Chiariello – psicologo e psicoterapeuta)

 

 

 

Cambiare

Cambiare per non perdersi

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La vera rivoluzione che ciascuno di noi ha il potere di compiere, la sola che può realmente contribuire a cambiare in meglio il mondo e la società che ci circondano, è quella di cambiare prima di tutto se stessi“.

Ecco un contributo sul Cambiamento, come opzione di noi esseri umani, da parte di Alessandra Mastrodonato, insegnante, ricercatrice e collaboratrice de Il Bollettino Salesiano (recente pubblicazione nel numero di gennaio 2018 della rivista fondata da San Giovanni Bosco – g.c.).

“”Che si tratti di cambiare città o Paese per cercare lontano da casa una realizzazione professionale a lungo rincorsa e mai pienamente raggiunta, oppure di mettersi alla prova nel confronto dagli esiti tutt’altro che scontati con nuove responsabilità affettive e familiari, o più semplicemente di rimodulare le proprie abitudini e i propri ritmi di vita per adattarli alle richieste inevitabilmente più esigenti della condizione adulta, l’incontro con il cambiamento non è mai indolore.

Il nuovo ci attrae, è un potente motore di sperimentazione e di speranza, ma al tempo stesso ci spaventa, ci mette in crisi, poiché ci costringe a rivedere e modificare atteggiamenti, prospettive e modi di pensare ormai cristallizzati e rassicuranti. Che ci piaccia o no, il cambiamento è il processo attraverso il quale il futuro irrompe nelle nostre vite, le sconvolge, ne sovverte persino le fondamenta, sospingendoci in territori inesplorati dentro e fuori di noi.

Eppure, come confermano diverse ricerche sui giovani adulti del terzo millennio (under 35), questi sono spesso restii a vivere con fiducia le trasformazioni più o meno radicali che attraversano le loro vite, preferiscono, non di rado, galleggiare nelle acque sicure delle proprie abitudini consolidate piuttosto che avventurarsi nel mare incerto e insidioso della “possibilità”. Anche quando accolgono la sfida di percorrere strade sconosciute e di provare a fare spazio al nuovo nella propria quotidianità, faticano a lasciarsi trasfigurare in profondità dalla logica salvifica e dirompente del cambiamento e tendono più che altro ad adattarsi alle trasformazioni imposte dalla situazione contingente piuttosto che essere realmente protagonisti di scelte inedite e consapevoli.

Accettano, in altre parole, di fare qualche piccola deviazione di percorso, ma non sono disposti a rimettere in discussione la direzione di marcia e la meta finale del sentiero intrapreso. E se questo può essere, talvolta, il segno di una solida fedeltà alle proprie scelte esistenziali e della capacità di tener fermi i propri obiettivi e valori non negoziabili, rifuggendo dal rischio di sprofondare nella voragine dell’incertezza e del disorientamento, spesso può diventare anche un alibi per non essere costretti ad impegnarsi in un più faticoso lavoro interiore di conversione del cuore e un vincolo che impedisce loro di includere nuove e più esigenti opzioni nel proprio orizzonte di senso.

Perché la vera rivoluzione che ciascuno di noi ha il potere di compiere, la sola che può realmente contribuire a cambiare in meglio il mondo e la società che ci circondano, è quella di cambiare ‘prima di tutto’ noi stessi“”.

Alessandra Mastrodonato

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Cambia_menti

Il noto cantautore Vasco Rossi ci aiuta nel dare senso al Cambiamento.

Dal web 2014 (significati della canzone /Emanuele):

“”Vasco Rossi parlando di questa canzone in una intervista ha detto:

“Ho cominciato a scrivere le prime strofe di questa canzone tre o quattro anni fa in piena fase di furore creativo che mi teneva sveglio notte e giorno. Lo svolgimento del testo è continuato nel tempo. I cambia-menti sono sempre dovuti alla necessità”.

In tutto il testo c’è un continuo elenco di cose facili da cambiare contrapposte a cose più difficili. Dal proprio spirito religioso, al partito politico passando per la macchina ed il tabacco. Vasco Rossi non è per nulla nuovo a questo tipo di discorsi sull’essere consapevoli che la vita non è cosa facile ne semplice ma che volendo almeno il cambiamento di se stessi in qualcosa di migliore è possibile ed auspicabile“”.

Cambiare macchina è molto facile
Cambiare donna un po’ più difficile
Cambiare vita è quasi impossibile
Cambiare tutte le abitudini
Eliminare le meno utili
E cambiare direzione

Cambiare marca di sigarette
O cercare perfino di smettere
Non è poi così difficile
È tenere a freno le passioni
Non farci prendere dalle emozioni
E non indurci in tentazioni

Cambiare logica è molto facile
Cambiare idea già un po’ più difficile
Cambiare fede è quasi impossibile
Cambiare tutte le ragioni
Che ci hanno fatto fare gli errori
Non sarebbe neanche naturale

Cambiare opinione nonè difficile
Cambiare partito è molto più facile
Cambiare il mondo è quasi impossibile
Si può cambiare solo se stessi
Sembra poco ma se ci riuscissi
Faresti la rivoluzione

Vivere bene o cercare di vivere
Fare il meno male possibile
E non essere il migliore
Non avere paura di perdere
E pensare che sarà difficile
Cavarsela da questa situazione


 

Ricordo e Memoria, oggi in Italia

Ricordare e avere memoria

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“”Da tempo nella nostra Europa e in Italia un “certo vento” è tornato a soffiare, anche a causa della continua delegittimazione della politica, dei sospetti su sindacati, associazioni e Ong, dell’indebolimento delle istituzioni, dell’uso di parole razziste, della costruzione di muri più o meno materiali. Sono tutti elementi che minacciano la democrazia e fanno rinascere certi ricordi. 

Anche nel nostro Paese si stanno moltiplicando organizzazioni neofasciste o neonaziste, nella realtà sociale e sul web. 

Due sono gli interventi possibili. Il primo è giuridico, con una particolare attenzione a contrastare certe organizzazioni: la norma giuridica, dalla XII disposizione della Costituzione va applicata. C’è poi una seconda via, quella educativa e formativa che integra la prima strada. David Bidussa, in modo molto fine, scrive che ricordare e non ricordare sono operazioni meccaniche, fatti quasi non voluti; mentre avere memoria (e dimenticare) sono operazioni intenzionali, che chiamano in causa una visione delle cose, una ricostruzione della storia e una immaginazione di futuro.

Ci si può ricordare o non ricordare un compleanno: ma certamente si ha memoria di una persona, di una vita, di una relazione e ci si immagina anche il suo svolgimento. La differenza è sostanziale: come tra la retorica e la politica.

Dunque non si tratta di ricordare – per esempio – le leggi razziali in Italia. Semmai occorre avere memoria di un contesto che ha generato un atto violentemente contrario al bene della persona, rileggere il contesto odierno e proporre politiche efficaci per ampliare e consolidare lo spazio democratico.

La differenza c’è. Dobbiamo tenerla a mente, se vogliamo un’Italia sempre attenta alla cultura dei diritti umani, una Repubblica che rigenera la cultura della libertà inclusiva, della libertà che accoglie“”.

(Roberto Rossini – presidente nazionale ACLI – da La differenza tra ricordare e avere memoria in HuffingtonPost del 3 febbraio 2017 g.c.)