Io sono l’altro

Ad integrazione del pezzo precedente di Annamaria (14 febbraio scorso), dal titolo “Tu sei un altro me“, proponiamo il testo della canzone di Niccolò Fabi che Annamaria trova molto bella, ma particolarmente significativa in tema di rapporti tra persone e di reciproca comprensione.

Eccola di seguito, con accluso anche il link dove poter accedere direttamente all’esecuzione dell’artista.

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Io sono l’altro sono quello che spaventa sono quello che ti dorme nella stanza accanto.
Io sono l’altro puoi trovarmi nello specchio la tua immagine riflessa, il contrario di te stesso.
Io sono l’altro sono l’ombra del tuo corpo sono l’ombra del tuo mondo quello che fa il lavoro sporco al tuo posto.

Sono quello che ti anticipa al parcheggio e ti ritarda la partenza, il marito della donna di cui ti sei innamorato sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato.
Quello che dorme sui cartoni alla stazione sono il nero sul barcone, 
sono quello che ti sembra più sereno perché è nato fortunato o solo perché ha vent’anni in meno.
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso facci un giro e poi… mi dici.
Io sono il velo che copre il viso delle donne ogni scelta o posizione che non si comprende.
Io sono l’altro quello che il tuo stesso mare lo vede dalla riva opposta io sono tuo fratello, quello bello.
Sono il chirurgo che ti opera domani quello che guida mentre dormi quello che urla come un pazzo e ti sta seduto accanto il donatore che aspettavi per il tuo trapianto.
Sono il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio il direttore della banca dove hai domandato un fido quello che è stato condannato il presidente del consiglio.
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso vacci a fare un giro e poi… mi dici.

(E per ascoltarla https://www.youtube.com/watch?v=cLRe-RmVfic )

A cura di  12661970_125687124481610_1403885456902577978_n   Annamaria Sudiero

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Tu sei un “altro” me!

Comprendere

Credo che riuscire a comprendere possa aiutarci nel rapporto con gli altri, ma cosa significa comprendere?

La lingua italiana è molto ricca di parole e se guardiamo nel dizionario troveremo che vedere e guardare, o sentire ed ascoltare, ed anche capire e comprendere sono fra loro sinonimi. Sono e rimangono sinonimi nella generalità dei casi, tocca a noi saper cogliere le sfumature dell’uno e dell’altro e scegliere quello che meglio si adatta alle circostanze. Per esempio: vediamo continuamente un quadro che abbiamo in casa da sempre, ma ci siamo mai soffermati a guardarlo per scoprirne i particolari? Quante volte abbiamo sentito un nostro amico raccontarci la stessa storia, ma ci siamo mai fermati ad ascoltarlo con interesse? Per vedere o per sentire usiamo semplicemente alcuni organi del nostro corpo, gli occhi o le orecchie, poi la mente elabora. Ma per guardare o ascoltare dobbiamo sforzarci di andare oltre i nostri sensi, e far intervenire cuore e anima.

Ecco perché capire non significa sempre comprendere! Quando capisco ciò che mi viene detto è la mia mente, il mio cervello che apprende. Quando comprendo sto facendo un passo in più verso l’altro perché è il mio cuore, la mia anima che arriva a conoscere e a immedesimarsi con ciò che l’altro prova.

Quanto spesso, quando ci confrontiamo con l’altro, ci accorgiamo di avere bisogni diversi! E chi decide allora quali sono prioritari, quali sono più degni di attenzione?

Hanno tutti la stessa dignità, la stessa importanza perché un bisogno non si può giudicare, appartiene a chi lo prova! Un eventuale giudizio potrà nascere solamente nel momento in cui, per dare voce a quel bisogno, si facesse male a qualcuno!

E quando l’altro è qualcuno di particolarmente vicino a noi, un compagno, un figlio o un amico, i suoi bisogni possono cozzare con i nostri. Può nascere allora un conflitto, a volte pacato, sovente acerbo, talvolta disastroso.

È per questo che riuscire a comprendere può aiutare a dipanare la matassa, a far sì che gli animi si quietino e si possa arrivare, ebbene sì, ad un compromesso. Perché a volte è l’unica via per non far affondare il sentimento che ci lega sia esso d’amore o d’amicizia. Ma solo se riusciamo a comprendere l’importanza di quel bisogno che ci viene posto davanti possiamo, noi o l’altro, fare un passo, magari non indietro, ma di lato. Dovrebbe essere sicuramente un modo reciproco di gestire i conflitti, non può essere sempre la stessa persona a “lasciare spazio”.

Certo non sempre possiamo condividere, essere d’accordo, ma se subentrerà la comprensione sarà più facile, se proprio non riusciamo ad aiutare, accettare il bisogno altrui e lasciarlo vivere. Banalmente è il proverbiale “mettersi nei panni degli altri” oppure “camminare nelle scarpe degli altri”, quella che viene chiamata Empatia!

Lo dice molto bene Niccolò Fabi in questa profonda ed emozionante canzone che ho ascoltato per caso, ma forse il caso non esiste, mentre ripensavo a quello che stavo scrivendo! Per presentarla l’autore scrive così:

Esiste un’espressione ‘In Lak’ech’ che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come ‘io sono un altro te’ o ‘tu sei un altro me’. Che si parta dalla filosofia o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita”.

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12661970_125687124481610_1403885456902577978_n   Annamaria Sudiero

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    Immagine che contiene “In Lak’ech” simbolo Maya