L’Altro … ai tempi del coronavirus

Mai come in questo nostro tempo di solitudine, di distacco, la parola Altro può essere così evidente in entrambi i suoi significati: altro come mio nemico, altro come mio prossimo.

L’Altro ci può essere nemico, anche se forse è, come dire, una parola grossa, perché dobbiamo stargli lontano, ne va della nostra e della sua salute.

O perché siamo costretti a viverci assieme 24 ore su 24 e già prima era difficile perché il nostro rapporto non andava poi così bene per svariati motivi.

L’Altro ci può essere nemico perché …, sinceramente non trovo altri motivi per cui si potrebbe considerare l’Altro in modo negativo.

Forse perché voglio essere positiva e …

L’altro diventa il mio prossimo perché nonostante tutto corre dei rischi perché il suo lavoro è essenziale per tutti noi. Farne un elenco diventa difficile, si può dimenticare qualcuno ma ecco, penso a medici, infermieri, operatori sanitari degli ospedali e delle case di riposo, agli educatori delle comunità, alle forze dell’ordine in generale, agli uomini della protezione civile, alle persone che lavorano nei negozi tenuti aperti per poterci sostenere, a tutti i volontari di qualsiasi provenienza sia essa sociale, militare o altro.

Quanto può diventare prossimo l’Altro se mi chiama per fare quattro chiacchiere e tenermi compagnia, per aiutarmi con la spesa, a me che vivo sola o perché sono anziana e non è opportuno che mi vengano a trovare i miei familiari.

Quanto ci è prossimo il popolo, la nazione che fino a ieri non consideravamo magari amica ma che in questa circostanza ci manda aiuti per affrontare la situazione.

Ci saranno molti altri esempi da fare ma ecco in questi giorni ho riflettuto su come solo le avversità riescano a farci sentire uniti, solidali, fratelli. Perché solo ora?

Quando questo pericolo di contagio, davanti al quale siamo praticamente impotenti, finirà, ci saranno altre difficoltà da affrontare. Ma saranno difficoltà a cui potremmo porre rimedio solo se continueremo ad essere uniti, solidali, fratelli!

Non dovremo dimenticare quanto l’Altro ci è stato Prossimo in questo momento e dovremo continuare a considerarlo tale per poterci risollevare e ritornare come prima, anzi migliori di prima!

12661970_125687124481610_1403885456902577978_n   Annamaria Sudiero

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Mantieni i tuoi pensieri positivi,
perché i tuoi pensieri diventano parole.
Mantieni le tue parole positive,
perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti.
Mantieni i tuoi comportamenti positivi,
perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.
Mantieni le tue abitudini positive,
perché le tue abitudini diventano i tuoi valori.
Mantieni i tuoi valori positivi,
perché i tuoi valori diventano il tuo destino.

                   (Mahatma Gandhi)


 

L’arte di essere fragili …

 

… O vulnerabili. Di Alessandro D’Avenia (parole e corto).

Ma riusciremo di questi tempi a dare un posto a questa “arte”?

“Si tratterebbe di essere piccoli di fronte all’enormità. La fragilità ci permette di scoprire la meraviglia. Riconoscersi piccoli ci fa percepire l’infinito. E’ lo stato che ci consente di svelare quello che si trova al di là … Insomma la vulnerabilità è l’arma di più potente”.

A cura di  IMG_0224   Gianni Faccin

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Persona fragile

Com’è una persona fragile?
Naturalmente influenzabile. Naturalmente non in grado di fare scelte per se stessa,
scelte che crede di non meritare.
E’ una persona che non si ama, non crede di meritare amore.
Il fragile accetta.
Soprusi, vendette, nervosismi altrui: questa persona li sa far propri e non saprà ribellarsi ad essi.
La persona fragile si riconosce subito: nelle difficoltà, nel preoccuparsi degli altri prima di se stessa.
Questo se stesso è confinato nel dimenticatoio e non trova spazi.
Gli spazi che si dedica sono effimeri e pochi: l’ altro viene prima.
Come si vive aspettando l’ amore di un altro che non c’è?
Non si vive.

Così il fragile rischia anche di rinunciare alla Vita.

 

13924975_10210263084402884_1011753338837004962_n   Beatrice Bertoli

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Pensare anche a sé

Su suggerimento della collega Clitta Frigo riporto in estrema sintesi il pensiero scaturito dalla lettura condivisa di un testo della coppia Kathryn e David Geldard, psicologi e counsellor professionisti, formatori e scrittori (citaz. “Parlami, ti ascolto” edito da Erickson).

Nell’aiuto agli altri occorre prevedere sempre anche uno spazio adeguato riservato all’auto-riflessione e al pensiero e dialogo interiori, una sorta di area per la ricarica, un po’ come avviene per le automobili, quando sono a corto di energia o di carburante.

Si tratta, per chi aiuta gli altri, di pensare un po’ ai propri bisogni. Non è banale, assolutamente.

Ecco un passo dal testo citato.

Dobbiamo prenderci cura dei nostri bisogni fisici, sociali, emotivi. Se non lo facciamo, è difficile che riusciamo davvero ad aiutare qualcuno.

Per riconoscere l’esigenza di ricaricarci dobbiamo essere pronti a:

. osservare nei nostri comportamenti tutto ciò che è anomalo, sempre che si presenti;

. ascoltare e accogliere tutte le osservazioni provenienti dagli altri (feedback);

. riconoscere le nostre emozioni, i nostri stati interni, dare loro un “nome”.

Per evitare di ritrovarci esausti, o travolti dai vissuti emotivi si può:

. prenderci cura del nostro benessere fisico;

. cercare anche di divertirci e rallegrarci;

. riposare quanto necessario (fasi di sonno);

. coltivare le relazioni sociali e mantenerle possibilmente nel tempo;

. se c’è l’esigenza, non escludere di chiedere aiuto a terze persone che siano competenti.

Infine se vogliamo essere effettivamente d’aiuto agli altri, non possiamo dimenticare la crescita e lo sviluppo personale di ognuno di noi”.

 

A cura di    IMG_0224   Gianni Faccin

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L’altro o meglio…il prossimo!

Ecco uno scritto di  Booker T. Washington: “Più passa il tempo e più mi convinco che l’unica cosa per cui valga la pena di vivere e morire è il privilegio di rendere qualcuno più felice e più utile. Nessun uomo che faccia qualcosa per il suo prossimo fa un sacrificio”.

Un semplice pensiero, in questi tempi, in cui molto spesso siamo purtroppo abituati a sentire considerare l’ALTRO come un nemico, un indesiderato solo perché è ritenuto “diverso” per etnia, per religione, per ceto sociale e per quanto altro vi può venire in mente. Nel mio ultimo pezzo di febbraio, ricorderete forse che ho parlato di sinonimi.

Mi sono incuriosita ed ho cercato i sinonimi di “altro”. Tralasciando quelli riguardanti cose o luoghi ho estrapolato quelli che comunemente vengono riferiti alle persone, ed eccoli qui: prossimo, persona diversa, gente, estranei.

Di tutte queste sono rimasta colpita da una in particolare, cioè prossimo!

Ma come, è un controsenso! Quando usiamo il vocabolo altro di solito è in tono spregiativo, sprezzante: gli altri ci rubano il lavoro, noi siamo migliori degli altri, prima noi poi gli altri… Mentre la parola prossimo siamo soliti usarla in modo più amorevole: dobbiamo aiutare il nostro prossimo, ama il prossimo tuo come te stesso… Ho cercato allora i sinonimi di “prossimo” ed ecco qua: vicino, gli esseri umani, gli altri, l’umanità, i simili. E se imparassimo ad usare più spesso questo vocabolo, a cogliere questa sfumatura?

Ricordate le sfumature dell’articolo precedente?

Così come vedere non è guardare, sentire non è ascoltare o capire non è comprendere, facciamo che “l’altro” sia “il nostro prossimo”!

Forse smetteremo di vedere tutto nero e cominceremo a scorgere una sfumatura di grigio e un po’ alla volta il mondo diventerà a colori!

12661970_125687124481610_1403885456902577978_n   Annamaria Sudiero

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Io sono l’altro

Ad integrazione del pezzo precedente di Annamaria (14 febbraio scorso), dal titolo “Tu sei un altro me“, proponiamo il testo della canzone di Niccolò Fabi che Annamaria trova molto bella, ma particolarmente significativa in tema di rapporti tra persone e di reciproca comprensione.

Eccola di seguito, con accluso anche il link dove poter accedere direttamente all’esecuzione dell’artista.

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Io sono l’altro sono quello che spaventa sono quello che ti dorme nella stanza accanto.
Io sono l’altro puoi trovarmi nello specchio la tua immagine riflessa, il contrario di te stesso.
Io sono l’altro sono l’ombra del tuo corpo sono l’ombra del tuo mondo quello che fa il lavoro sporco al tuo posto.

Sono quello che ti anticipa al parcheggio e ti ritarda la partenza, il marito della donna di cui ti sei innamorato sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato.
Quello che dorme sui cartoni alla stazione sono il nero sul barcone, 
sono quello che ti sembra più sereno perché è nato fortunato o solo perché ha vent’anni in meno.
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso facci un giro e poi… mi dici.
Io sono il velo che copre il viso delle donne ogni scelta o posizione che non si comprende.
Io sono l’altro quello che il tuo stesso mare lo vede dalla riva opposta io sono tuo fratello, quello bello.
Sono il chirurgo che ti opera domani quello che guida mentre dormi quello che urla come un pazzo e ti sta seduto accanto il donatore che aspettavi per il tuo trapianto.
Sono il padre del bambino handicappato che sta in classe con tuo figlio il direttore della banca dove hai domandato un fido quello che è stato condannato il presidente del consiglio.
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti adesso vacci a fare un giro e poi… mi dici.

(E per ascoltarla https://www.youtube.com/watch?v=cLRe-RmVfic )

A cura di  12661970_125687124481610_1403885456902577978_n   Annamaria Sudiero

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Tu sei un “altro” me!

Comprendere

Credo che riuscire a comprendere possa aiutarci nel rapporto con gli altri, ma cosa significa comprendere?

La lingua italiana è molto ricca di parole e se guardiamo nel dizionario troveremo che vedere e guardare, o sentire ed ascoltare, ed anche capire e comprendere sono fra loro sinonimi. Sono e rimangono sinonimi nella generalità dei casi, tocca a noi saper cogliere le sfumature dell’uno e dell’altro e scegliere quello che meglio si adatta alle circostanze. Per esempio: vediamo continuamente un quadro che abbiamo in casa da sempre, ma ci siamo mai soffermati a guardarlo per scoprirne i particolari? Quante volte abbiamo sentito un nostro amico raccontarci la stessa storia, ma ci siamo mai fermati ad ascoltarlo con interesse? Per vedere o per sentire usiamo semplicemente alcuni organi del nostro corpo, gli occhi o le orecchie, poi la mente elabora. Ma per guardare o ascoltare dobbiamo sforzarci di andare oltre i nostri sensi, e far intervenire cuore e anima.

Ecco perché capire non significa sempre comprendere! Quando capisco ciò che mi viene detto è la mia mente, il mio cervello che apprende. Quando comprendo sto facendo un passo in più verso l’altro perché è il mio cuore, la mia anima che arriva a conoscere e a immedesimarsi con ciò che l’altro prova.

Quanto spesso, quando ci confrontiamo con l’altro, ci accorgiamo di avere bisogni diversi! E chi decide allora quali sono prioritari, quali sono più degni di attenzione?

Hanno tutti la stessa dignità, la stessa importanza perché un bisogno non si può giudicare, appartiene a chi lo prova! Un eventuale giudizio potrà nascere solamente nel momento in cui, per dare voce a quel bisogno, si facesse male a qualcuno!

E quando l’altro è qualcuno di particolarmente vicino a noi, un compagno, un figlio o un amico, i suoi bisogni possono cozzare con i nostri. Può nascere allora un conflitto, a volte pacato, sovente acerbo, talvolta disastroso.

È per questo che riuscire a comprendere può aiutare a dipanare la matassa, a far sì che gli animi si quietino e si possa arrivare, ebbene sì, ad un compromesso. Perché a volte è l’unica via per non far affondare il sentimento che ci lega sia esso d’amore o d’amicizia. Ma solo se riusciamo a comprendere l’importanza di quel bisogno che ci viene posto davanti possiamo, noi o l’altro, fare un passo, magari non indietro, ma di lato. Dovrebbe essere sicuramente un modo reciproco di gestire i conflitti, non può essere sempre la stessa persona a “lasciare spazio”.

Certo non sempre possiamo condividere, essere d’accordo, ma se subentrerà la comprensione sarà più facile, se proprio non riusciamo ad aiutare, accettare il bisogno altrui e lasciarlo vivere. Banalmente è il proverbiale “mettersi nei panni degli altri” oppure “camminare nelle scarpe degli altri”, quella che viene chiamata Empatia!

Lo dice molto bene Niccolò Fabi in questa profonda ed emozionante canzone che ho ascoltato per caso, ma forse il caso non esiste, mentre ripensavo a quello che stavo scrivendo! Per presentarla l’autore scrive così:

Esiste un’espressione ‘In Lak’ech’ che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come ‘io sono un altro te’ o ‘tu sei un altro me’. Che si parta dalla filosofia o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita”.

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    Immagine che contiene “In Lak’ech” simbolo Maya